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I dieci film del decennio.

DI ALBERTO CANTONI

Condensare l’essenza di un’intera decade cinematografica in un singolo articolo non è certo impresa semplice; né, probabilmente, sensata. Dopo il clamoroso successo al botteghino del cameroniano Avatar (2009), il mancato exploit del 3D e la rivalsa della sala come mezzo di fruizione del prodotto filmico (con i clamorosi incassi dei cinecomic e dei nuovi prodotti Disney in prima fila a testimoniarlo), gli “anni dieci” del duemila (2010-2019) si sono rivelati uno scenario di grande cambiamento per l’industria e per il modo stesso di concepire il media.

Oggi, agli inizi di un nuovo decennio, l’emergenza sanitaria ha fatto registrare un fisiologico incrinamento del fatturato dei multisala; eppure, il timore più concreto è frutto di una situazione che era in gestazione già da tempo. Uno dei più famosi marchi digitali del nostro pianeta è diventato l’incontrastato ambasciatore di un modello di colonizzazione crossmediale che concepisce, tra detrattori e “lovers”, un modo inedito di fruire dell’audiovisivo. L’emblema è una grande “N” di color rosso su sfondo nero. Il nome Netflix, i numeri esorbitanti: se prima del 2014 l’azienda con sede a Los Gatos (California) non superava i 50 milioni di iscritti, il primo semestre dell’anno corrente aggiorna il contatore a 183 milioni di abbonamenti in tutto il pianeta e un incremento economico pari al 28% rispetto all’anno scorso. Inutile dirlo, anche grazie al torvo alleato Covid-19: laddove ha giocato a discapito degli esercenti delle sale cinematografiche, è stato un utile booster per “La casa di carta” e compagnia bella.

Le righe che seguono si dissociano preventivamente da qualsiasi tentativo di analisi di quest’ultimo decennio che ci siamo appena messi alle spalle: non si tratta di un’indagine o di una sinossi generale di quelli che sono stati gli orientamenti, i successi o i cambiamenti in fatto di apprezzamento del pubblico nel panorama cinematografico mondiale. Concepisco a malapena quello che ho appena scritto, figuriamoci. Trattasi, piuttosto, di osservazioni che fanno da didascalia ad una selezione di dieci film, particolarmente significativi dal punto di vista artistico ma, soprattutto, selezionati attraverso una lente critica puramente soggettiva, e appartenenti al suddetto arco temporale che va dal 2010 al 2019 (considerando le date d’uscita originali). Senza mettere piede nel campo del “mainstream” vero e proprio (tranne forse per un paio di pellicole), rimango convinto che alcuni di loro, nell’ombra di titoli più altisonanti in termini di mercato, siano effige e veicolino le tendenze di un contesto che è cambiato enormemente negli ultimi anni. E certamente non in peggio, come alcuni si ostinano a sostenere: nuovi talenti, “generi” e persino modalità di fruizione (come già detto) hanno preso piede e sono sbocciati. In alcuni casi si tratta invece di perle isolate non indirizzate al largo consumo, prodotti di qualità autoriale caldamente consigliati che si sono costruiti, in breve tempo, nicchie di estimatori a livello globale.

Il criterio di scelta ha seguito un modus operandi semplice: prediligere la varietà. Ciò non è dovuto a ragioni di natura espositiva, a fini legati alla “forma” dell’articolo o ad un tentativo di semplificazione; l’intento è realmente quello di proporre una poliedricità che possa restituire un quadro il quale, nella sua dichiarata incompletezza, possa offrire un ampio ventaglio di sfumature, sfruttando il simbolico quanto sempiterno format della Top Ten, nello spirito di una genuina chiacchera da bar.

Quindi, niente ripetizioni di autori (un solo film per regista) e niente film troppo simili, qualsiasi cosa voglia dire; non sono ordinati cronologicamente o per grado di preferenza, tutto a casaccio.

Buona lettura.

—The Irishman

Martin Scorsese, 2019

Netflix, dicevamo. Il primo (e unico, lo premetto) titolo della lista è una produzione originale della grande N. Un’istituzione, ormai, capace di sfidare le centenarie case hollywoodiane e di accaparrarsi uno dei più grandi maestri della storia del cinema, sfornando una creatura mastodontica dalla durata di tre ore e mezza, forse poco affine all’idea e all’infrastruttura della sua stessa piattaforma (che permette di divorare puntate su puntate di serie TV saltando automaticamente l’intro), eppure così incredibilmente riuscita ed apprezzata. Un investimento che è stato, prima di tutto, un atto d’amore nei confronti del Cinema. Con tutte le polemiche legate alla distribuzione misera nelle sale, naturalmente; non staremmo parlando di Netflix, altrimenti.

The Irishman è un gangster movie stanco e lento. Un film “vecchio”, girato e recitato da gente vecchia. Eppure, è tremendamente essenziale, cosa che suona strana per un film di 209 minuti; l’essenzialità risiede nella sua completezza, nell’aprire e chiudere un cerchio enorme nei confini delimitati dai titoli di testa e da quelli di coda, senza divagazioni inutili o annacquamenti, e lo fa sulla piattaforma che è leader dello streaming di serie TV spesso troppo ripetitive ed

inconcludenti. Ma soprattutto, The Irishman è essenziale perché, a visione terminata, ti lascia con la sensazione di non aver bisogno di vedere altri film; mai più, intendo dire. Ti svuota in un primo momento e ti arricchisce in un secondo, mentre cerchi di uscire da quella morsa narrativa che ti ha rapito e che viene interpretata in maniera magistrale dalla combriccola composta da De Niro, Pesci e Al Pacino.

Gente del mestiere, s’intende.

—Melancholia

Lars Von Trier, 2011

L’angosciante discesa nei meandri più reconditi della debole psiche umana viene inscenata nel capolavoro del regista danese datato 2011. Melancholia riesce, virando al fantascientifico, nel suo intento: restituire il dramma interiore di Justine (Kirsten Dunst), una donna affetta da una grave forma di depressione che accompagniamo (con una fotografia e delle riprese di lacerante bellezza) durante il giorno del suo matrimonio e successivamente durante il suo soggiorno nella villa della sorella Claire, intervenuta in soccorso per aiutarla ad affrontare un tracollo. Il tutto mentre la terra è minacciata da un’imminente ed ingiustificata collisione con un altro pianeta.

Film viscerale, esistenzialismo impresso su pellicola.

—Goksung – La presenza del diavolo

Na Hong-jin, 2016

Nel decennio che si è concluso con la consacrazione internazionale del cinema sudcoreano grazie a Bong Joon-Ho e al poker di oscar del suo Parasite (2019), la palma di miglior horror della decade (non è l’unico film della lista classificabile come horror, ma è senz’altro quello più inquadrabile nei canoni classici del genere) la vince un regista nativo di Seul. Goksung (“The Wailing” nella traduzione americana) narra di una serie di omicidi avvenuti nel piccolo villaggio omonimo, nella Corea rurale, omicidi che celano l’intervento di un’entità sovrannaturale. L’incontro di due sfere, quella orientale e quella occidentale (su tutti i fronti, specialmente quello religioso) plasma uno dei capolavori del nostro tempo. La dimostrazione, tre anni prima di Parasite, di quanto talento avessero (e hanno) a disposizione i cugini del Paese del sol levante.

—Midnight in Paris

Woody Allen, 2011

Scelta di cuore, più di ogni altro titolo nella lista. Potrebbe sembrare una classica commedia alla Allen, di quelle meno ispirate. Forse lo è, forse cela un animo immensamente superiore. Uno sceneggiatore hollywoodiano (Owen Wilson) in vacanza a Parigi cerca di scrivere il suo primo romanzo e rivive, fiabescamente, gli anni ’20 della capitale francese, incontrando Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald e Pablo Picasso.

C’è tanto sentimentalismo e tanta nostalgia; in fondo non aspettiamo tutti quanti l’anima gemella con cui passeggiare, al chiaro dei lampioni, sotto la pioggia di Paris? Non è così palloso come sembra (parlo del film), fidatevi.

—The Hateful Eight

Quentin Tarantino, 2015

Il capolavoro western all’interno del quale Tarantino cita e si autocita condensa in tre ore

un’esperienza narrativamente orgasmica, ricca di spunti geniali e dettagli curati maniacalmente, come nel suo stile. Il filo conduttore della sceneggiatura mescola, all’interno del film, lo spaghetti- western al giallo in stile Agatha Christie con una maestria unica ed inarrivabile, scaturendo in un finale crudo, eloquente e “politico”.

Semplicemente formidabile.

—Holy Motors

Leos Carax, 2012

A bordo di una limousine bianca, un ometto viene scarrozzato per le vie di Parigi dalla sua fidata autista; ciò gli permette di inscenare diverse personalità (da mendicante a killer) e portare avanti molteplici vite, in un vortice alienante che discioglie la narrativa del film.

Holy Motors è dadaista nel suo lento fluire, folle nella costruzione, magnifico nella rappresentazione. E alla fine del giro, si decostruisce per conto suo. Un’esperienza visiva da vivere, non da descrivere; tra il meglio del cinema francese d’autore post-Nouvelle Vague. E non ho detto poco.

The Neon Demon

Nicolas Winding Refn, 2016

Uno dei massimi picchi estetici del cinema del nuovo millennio arriva da un altro regista danese, tra i più talentuosi del panorama contemporaneo. The Neon Demon racconta la storia di una ragazza innocente che si approccia al mondo della moda di Los Angeles, dapprima con timore, poi con una fermezza che vira all’inquietudine, il tutto in un’opera di suspiriana memoria che stravolge lo spettatore. Un’analisi spietata della patina tanto splendente quanto marcescente della bellezza umana e delle difficoltà, prettamente femminili, nel gestirla. Refn sforna un’opera d’arte che si eleva e travalica gli angusti confini dell’horror, implodendo in un finale dagli infiniti simbolismi.

—Midsommar

Ari Aster, 2019

Altro caso in cui tutti i limiti della definizione di “horror” emergono e rischiano di ridimensionare un film che, al contrario, manifesta tutte le sue ambizioni fin dalle primissime sequenze. Dani, ragazza che sta attraversando un periodo di fragilità in seguito al suicidio della sorella, parte per una vacanza con il fidanzato e degli amici di quest’ultimo; la destinazione è una piccola e folkloristica comunità svedese che vive isolata dal resto del mondo e che presenta tradizioni molto singolari. Dopo Hereditary (suo primo lungometraggio, uscito solo l’anno prima) Ari Aster bissa il successo e anzi, supera sé stesso, riconfermandosi una delle principali supernove del cinema americano moderno. La sequenza del primo trip allucinogeno è da storia del cinema.

—La grande scommessa

Adam McKay, 2015

Spietata critica nei confronti dei grandi sistemi bancari coinvolti nella bancarotta che portò alla crisi economica mondiale del 2007. Uno spaccato fondamentale nel nostro tempo con una forte impronta documentaristica, interpretazioni di grandissimo livello (Christian Bale e Steve Carrell sono immensi), tanti sguardi verso la macchina da presa e tanti sfondamenti della quarta parete; una miscela esplosiva accorpata in un film sicuramente non per tutti, che rischia spesso di tradirsi nell’uso smodato di termini e concetti di carattere finanziario e che richiederà – per essere compreso appieno – una seconda visione ai più. Al tempo stesso, un’indagine straordinaria e una pungente denuncia al teatro socioeconomico della nostra contemporaneità.

 —Twin Peaks (terza stagione)

 David Lynch, 2017

 Il film del decennio non è un film, è l’ultima stagione di una serie TV: fate largo ai paradossi. Il fatto che anche Cahiers du Cinéma abbia proclamato il revival scritto da David Lynch e Mark Frost come miglior opera degli ultimi dieci anni, è significativo. È una scelta che porta con sé tutti i connotati di un mondo, quello cinematografico, che sta cambiando. Come già detto nelle battute iniziali di questo articolo, non sta cambiando qualitativamente, ma in termini di fruizione e di concepimento del mezzo stesso; l’emblematica summa di questa metamorfosi è proprio l’atto conclusivo di Twin Peaks, che venticinque anni dopo la fine della seconda stagione (periodo caratterizzato dal costante isterismo dei fan), torna per concludere la storia costruita intorno all’omicidio di Laura Palmer. La serie TV di inizio anni ’90 si eleva grazie a questa stagione “postuma” e definitiva; la scelta di frammentare la narrazione in diciotto episodi e di presentarla nuovamente in formato di serie è solo formale: Twin Peaks 3 può essere visto come un unico, lungo, film di circa quindici ore; al contempo, è la definitiva confutazione di un modello (da sempre adottato dalla critica cinematografica) secondo il quale una serie TV non può ambire allo stesso intento etico/estetico di un film d’autore. Il più grande regista vivente firma (probabilmente) la sua ultima opera audiovisiva, in un turbine di follia onirica che porta a un nuovo livello il concetto di metacinema, regalando – di conseguenza – un’esperienza inedita nel panorama artistico.

 Applausi e sipario.

 

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