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Generazione Seriale

Generazione Seriale

Generazione Seriale

di Giovanni di Rosa

   Parlare di “Generazione Seriale” è molto facile, innanzitutto perché ne sono l’autore. Scherzi a parte, “Generazione Seriale” è un progetto a cui tenevo molto e che, da tanti anni, pensavo di realizzare. 

Prima di approfondire il discorso, però, è bene dire che sono sempre stato un drogato di serie televisive. Lo sono stato ben prima dell’avvento di Netflix e di quella subcultura dilagante del “meglio nerd che palestrato” che ha conquistato i social per anni, prima che Instagram portasse in auge la rivincita dei “belli perennemente in vacanza”.

Le serie televisive sono state per me compagne di vita. Non passava giorno, durante la mia adolescenza, senza che mi prendessi almeno un paio d’ore per guardare la tv. Soprattutto nei miei momenti più difficili, quando mi sentivo solo o quando avevo troppo a cui pensare, le serie tv erano la mia consolazione preferita. Non a caso nel mio libro parlo dei programmi televisivi paragonandoli al comfort food. 

“Qualcuno potrebbe dire che considerare “amiche” Lorelai Gilmore o Carrie Bradshaw è un’esagerazione. Ma non è così. Per noi “malati” di serie TV, gli show televisivi e i loro universi spesso confortevoli sono il nostro principale rifugio dalle giornate no. Diversi articoli nel web, tra l’altro, paragonano alcuni tipi di serie TV al comfort food. Ed è davvero così per molti di noi. Ad esempio, la mia coperta di Linus è un episodio di “Una mamma per amica” mentre sgranocchio qualche dolciume ipercalorico.” (Estratto di “Generazione Seriale”)

Penso che in tanti potrebbero riconoscersi in quello che ho scritto e condividere questo pensiero con me.

“Generazione Seriale”, però, è molto di più di una descrizione del mio rapporto con le serie TV. Anzi, si può dire che il mio obiettivo fosse più che altro quello di rapportare una generazione – quella dei Millennials – alle serie televisive. 

Noi Millennials abbiamo assistito all’ascesa della nuova Golden Age della televisione. Ne abbiamo visto gli albori e ne abbiamo imparato ad apprezzare le potenzialità. Siamo cresciuti influenzati dalla televisione e dalle serie cult e siamo diventati, poi, i protagonisti della televisione. Una televisione che, col passare dei tempi, ha iniziato a mettere sotto osservazione nuovi comportamenti e nuovi stili di vita.

Mai nessuna generazione prima della nostra era stata tanto influenzata da un media come noi lo siamo stati dalla televisione.

Questa affermazione che in molti vedono come negativa, per me non lo è. Vedere la televisione significa conoscere una storia e noi esseri umani abbiamo bisogno di storie. Le storie sono un sollievo, sono uno stimolo e sono cultura. È sbagliato parlare in modo ottuso di “televisione spazzatura” o degli effetti negativi della televisione, semmai bisogna indagare sul rapporto che si instaura tra l’uomo e la televisione e sul genere di prodotti che vede. 

“Il fatto che le emittenti siano piene di programmi spazzatura, non significa che non si possa fare arte anche con la televisione. Per questa ragione (e per molte altre già estrinsecate in precedenza) amiamo le serie televisive e investiamo le nostre emozioni e il nostro interesse in storie di fantasia raccontate attraverso lo schermo.” (Estratto di “Generazione Seriale”)

Io credo che ci si debba approcciare sempre in modo critico alla televisione, ma senza pregiudizi. Essere critici permette di capire qual è una buona storia, qual è un buon prodotto. Ma la mia idea è e rimane quella che tutte le storie sono in grado di farci crescere. 

Parlando di “Generazione seriale” non posso non accennare, infine, alla riflessione alla quale sono più legato, ovvero quella dedicata ai Millennials. Nel mio libro ho parlato di “generazione fallimentare” perché è questo quello che siamo, per cause che prescindono da noi, ed è questo il modo in cui, tante volte, veniamo rappresentati. 

A partire da Rory Gilmore fino ad arrivare a Rachel Berry e ai protagonisti di Glee, i Millennials sono una generazione con “tutto il mondo contro”. Arrivano in un momento storico ed economico in cui i giovani sono meno appetibili di prima, in cui sfondare nel mondo dell’arte è diventato quasi utopistico e in cui la cultura sociale è cambiata. Viviamo in una generazione che non sa apprezzare le eccellenze e che, a volte, piuttosto che puntare in alto, spera che gli altri cadano così da non sentirsi inferiori. 

In generale, per la nostra generazione essere bravi e impegnarsi non è più abbastanza. Viviamo con la consapevolezza che il successo non è per tutti. È la merce più rara che esista. Per questa ragione abbiamo solo due possibilità: scoraggiarci o cercare di essere così tanto straordinari da chiudere la bocca a tutti quelli che potrebbero avere dubbi sulle nostre qualità. Non ci viene regalato nulla e passeggiamo sulla soglia di un baratro psicologico ed emotivo che potrebbe ridimensionare le nostre aspettative e privarci dei nostri sogni.

“La verità, però, è che i tempi sono cambiati e non basta più essere bravi, determinati o “sgobboni”, come lo era Rory. Serve tutto, compresa la fortuna, per arrivare da qualche parte. A Rory manca qualcuna di queste doti nel suo arsenale e questo la porterà a una vita adulta per nulla simile a quella che sarebbe dovuta essere.

In molti hanno criticato il personaggio interpretato da Alexis Bledel e il suo arco narrativo, ma per me è stato un grande pezzo di televisione. Quel senso di fallimento che tanti millennials – soprattutto in un paese come l’Italia in cui la disoccupazione giovanile è perennemente in crescita – provano sulla loro pelle è lo stesso che prova Rory e questo non può che creare una connessione emotiva fra spettatore e personaggio.” (Estratto di “Generazione Seriale”)

 Spero che questa piccola presentazione sia piaciuta al lettore di themm e ringrazio Emily per quest’opportunità di parlare di un libro a cui tengo davvero molto.

Potete trovare il libro qui>> https://www.amazon.it/Generazione-seriale-viaggio-mondo-delle-ebook/dp/B089YFWJVS

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Chiamata alle arti

Chiamata alle arti

chiamata alle arti

DI Emily Rampoldi

Quasi amici è uno dei miei film preferiti in assoluto. C’è una scena bellissima verso la metà, dove Driss (Omar Sy) e Philippe (François Cluzet) si recano in una galleria d’arte per acquistare delle opere. 

  • Driss, mi dica, secondo lei perché la gente si interessa all’arte?
  • Non lo so, è un business!
  • Perché è la sola traccia del nostro passaggio sulla Terra.

La sola traccia del nostro passaggio sulla Terra.

Lo trovo molto vero.

In un mondo relativo, in cui la fisica dei quanti ci insegna essere l’osservatore il vero creatore della realtà, quale miglior sinonimo di “Umanità” è “Arte”? Fare Arte è esercitare la nostra più eccezionale qualità, irripetibile, irriproducibile: l’Errore. Sbagliare, creare disarmonia significativa, questo è l’Arte: essere autenticamente umani.

Ho frequentato il Liceo Classico e mi sono diplomata nel 2011. La mia materia preferita era storia dell’arte. Ho sempre apprezzato il potere descrittivo dell’Arte, la possibilità che essa offre di superare il pensiero razionale e la parola per veicolare un’idea: credo sia un ottimo modo di decriptare l’anima. 

Personalmente, non mi sono subito cimentata col colore e la pittura. Ho sempre disegnato e scarabocchiato come tanti, ma scrivere é stato il primo modo con cui mi sono davvero espressa creativamente. L’acrilico é venuto poco dopo, probabilmente per la necessitá di sfogare qualcosa, sentimenti incastrati nell’inconscio, un bisogno di movimento e concretezza che la scrittura non sapeva soddisfare. Mi piacciono le tinte elementari, i colori solidi e il disegno semplice, simbolico, grezzo, in due dimensioni anche se ultimamente sto sperimentando un diverso uso del colore, più astratto, più decorativo, che mi diverte molto e allenta il cappio dell’ansia sulla gola.

Ruggente

Ecco salir la rabbia nel colore

Secca e svelta

Rossa e verde

Acerbi e materici colpi costringono il sentimento alla forma rigida

Proprio quel che ci voleva

Fugace sollievo.

Mi piacerebbe raccogliere le vostre opinioni sul tema, utilizzare il nostro spazio virtuale sui social per esporre qualche vostro soggettivissimo errore. Cos’è per voi l’Arte? Come vi tormenta? Come vi benedice? Mi piacerebbe anche intervistare qualcuno che fa dell’arte la sua vita per la rubrica “Cool-tura” di themm.it, quindi, questo articolo è una open-call a voi umani che siete più umani della maggioranza. Se ne avete voglia, io sono qui, curiosa di raccogliere le vostre opinioni. 

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57 Giorni di Emily Rampoldi

57 Giorni di Emily Rampoldi

“Abbiamo pensato tutti le stesse cose. Chi prima, chi dopo, abbiamo provato gli stessi timori e le stesse speranze, esposto gli stessi dubbi e formulato le stesse ipotesi. Io le ho messe per iscritto, perché volevo evitare di dimenticarmene, volevo evitare di rielaborare a posteriori il ricordo della quarantena della primavera 2020.” – Emily Rampoldi

 Per inaugurare la nuova sezione di themm.it, Cool-tura, vi presento oggi una nuova uscita.

57 Giorni, il diario illustrato del confinamento obbligatorio è un libro nato nei mesi della quarantena che mette nero su bianco l’esperienza che ci ha ricordato più di tutte che siamo in fondo tutti uguali. Ci ha spaventati, ci ha fatto riflettere, ci ha dato tempo ed è diventata il nuovo spartiacque della nostra memoria.

Lo stile fresco e scorrevole, ma non leggero, della lettura è intervallato dalle illustrazioni disegnate a mano dalla stessa autrice e dalle sue fotografie scattate dentro il palazzo, dentro casa, dal tetto, alla scrivania e che fanno riconsiderare parole come confine e libertà.

La prefazione, a cura della Dott Ssa Giorgia Mauri, aiuta a contestualizzare. L’autrice infatti fa parte di quell’ampia categoria di italiani che risiedono lontano dalla madrepatria, a 4000 km di distanza per essere precisi, nell’arcipelago delle Isole Canarie, e che hanno vissuto un confinamento più breve, di 57 giorni appunto.

Originariamente, 57 Giorni è stato pubblicato su themm.it come “diario della quarantena” sottoforma di brevi post, incompleti, in modo non continuativo e sperimentale, ma come dichiara Emily Rampoldi: “I miei collaboratori ed io ritenemmo il materiale piuttosto valido e siccome avevo scritto a mano un vero e proprio diario da cui ricavavo i post, decidemmo che avrebbe avuto senso trasformare questo mio passatempo in un libro vero e proprio, date anche le mie precedenti esperienze nel settore letterario.”

Lo trovate da oggi su Amazon in formato digitale e cartaceo.

Con l’augurio che vi piaccia, ecco il link dove potete acquistarlo:


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El Ojo de dios

El Ojo de dios

El Ojo de Dios, o l’Occhio di Dio è una sorta di portafortuna tipico della cultura indigena sudamericana.

Si tratta di un oggetto di semplice fattura composto di due bastoncini di legno posti a formare una croce, nel quale quadranti risultanti vengono decorati con lane multicolori in modo tale che il manufatto assume la forma di un rombo variopinto o di un piccolo aquilone, in cui i quattro vertici rappresentano i punti cardinali e convergono in un unico centro, simbolo di Dio che viene considerato l’origine, la sorgente del tutto.

Gli artigiani del Messico e della Bolivia scelgono i colori dei loro occhi in base al significato particolare che vogliono dare all’oggetto, per esempio il blu indica la pioggia mentre il viola è il colore dell’essere umano. 

L’Occhio di Dio si dona ai genitori, da appendere sopra la culla di un neonato oppure sopra il letto di un bambino malato, per proteggerlo e aiutarlo. Simile al mandala, questo amuleto viene anche utilizzato in preghiera e durante cerimonie simboliche.

Di Susanna Pasini per © themillennialsmirror.altervista.org


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